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SEZIONE DI BIELLA
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Bergamo 2010 – 83° Adunata nazionale
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(*) - “Bergamo ha stretto in un abbraccio caloroso gli alpini. Ed è stata la vera festa del Tricolore”.

“Bergamo ha stretto in un abbraccio caloroso gli alpini. Ed è stata la vera festa del Tricolore”. C’è da scommettere che l’alpino lettore non sarà sorpreso dalla notizia perché ci è abituato da anni. No, ragazzi, qui il fatto singolare, attuale e sorprendente, è che questo fu scritto su L’Alpino di ventiquattro anni fa, per la 59° adunata nazionale di Bergamo del 1986. Oggi siamo alla 83°. Nulla è cambiato? Si può ancora raccontare qualcosa di mai detto, di mai visto? Tutto è uguale a prima? Certamente no, a parte le miserie umane, incuranti del calendario. Tre anni dopo quella cronaca ci fu il crollo di un muro; quindici anni dopo il crollo delle torri gemelle. Eppure, in un mondo velocissimo dove la cronaca di oggi domani è già sui libri di storia, l’alpino vive il passato nel presente e continua a contagiare mezza nazione. Quali sono stati i numeri dell’invasione di quest’anno? Duecentocinquantamila? Trecentomila? Ancora di più? Poco importa. Gli alpini non sono dei fanatici di statistiche, né di sondaggi, altrimenti mai avrebbero cominciato delle opere che chiunque poteva considerare oltremodo ardite (Rossosch, una per tutte). Ci sono poi famiglie complete al seguito, difficili da contare, ormai coinvolte al punto che vedono l’adunata più un servizio che un diversivo.
Rimane l’interrogativo: come raccontare un’adunata senza cadere nella retorica e nel déjà vu? Come fare per catturare l’attenzione dei lettori e descrivere una bella giornata, anche se non documentata da telecamera e microfono? L’adunata, dentro una cornice di rievocazione doverosa e di memoria sacra, è anche festa e allegria, perché ci si rivede, insieme si ricorda e si continua a sperare. Si vorrebbe far festa con la spensieratezza dei vent’anni e con tanta, tanta musica. Allora, su il sipario!

Primo movimento: allegro con brio. A parte i camperisti che, per andare a Bergamo, decidono di visitare prima mezza Italia del nord e i fedelissimi alla trasferta obbligata dei due giorni, la maggior parte dei biellesi si accontenta di mettere la sveglia alle 4 di domenica e di infilare la gambe dentro un pullman. I più intraprendenti abbinano la sosta tecnica all’autogrill ad una non leggera colazione alpina. Salumi e formaggi, killer in agguato, qui ritornano amici per un giorno e consumati senza alcun senso del pericolo.
Entrando in città, capoluogo orobico, un’aiuola coloratissima saluta gli amici convenuti a far festa: “Berghém de sass”. Abbiamo capito con chi abbiamo a che fare: la prima sezione ANA d’Italia con circa 28.000 iscritti. “Bergamo terra di alpini”, ci ricordano striscioni e volantini: il 5° alpini era tutto formato da lombardi. “La città dei Mille”, commentano opuscoli turistici fatti a misura per l’occasione, a 150 anni dalla spedizione. Quanti sanno che Bergamo diede 180 fieri garibaldini alla spedizione e che provvide a vestirli con le famose camicie rosse? (Il rosso scarlatto sembra derivare dalle tuniche usate dagli operai degli stabilimenti di carne salata di Buenos Aires, nel secolo scorso, per mimetizzare le macchie di sangue della macellazione).
Le case espongono tricolori non stinti né tristi, ma vivaci e gagliardi. Si viene a sapere che sono tutti “made in Bergamo” e tessuti da un’azienda della Val Gandino. Dai camper impantanati (ma non come Asiago) escono esseri umani vittoriosi, seppur con la fatica di rimettere insieme le idee bellicose della vigilia. Dai pullman e dalle macchine escono impermeabili e mantelle che sfidano sdegnosamente le intemperie. Poi invece il tempo cambia segno: in tempo utile per la sfilata tutto si normalizza e gli zainetti imboscano di nuovo gli indumenti ormai inutili.
Secondo movimento: andante con moto. Senza tentennamenti si raggiunge il percorso della sfilata e qui tutti a studiare le angolature migliori e le transenne meno ostiche, ad evitare le aree di “sgombero coatto” o approfittare dei “varchi”, per ricuperare i disperati persi per strada. Chi ha fatto in fretta ha potuto vedere i primi che sfilano: gli alpini in armi, i Comandanti in servizio, la Protezione Civile ANA, i reduci sulle poche camionette che ormai bastano a portarli, la fierezza delle crocerossine. Quando una fanfara passa e intona “Mamma son tanto felice…”, proprio del giorno della mamma, allora la gente assiepata si unisce allo spettacolo anche cantando, dal vecio solcato di rughe alla nonna in scarponcini e tricolore al collo, fino alla giovane moglie o compagna che si sta facendo le ossa.
“Dalle Ande agli Appennini”: sfilano le sezioni sudamericane che invertono la novella del libro “Cuore”. Ritorna alla mente quanto lasciò scritto il grande presidente Ugo Merlini: “Gli alpini che vanno all'estero, soprattutto quelli che hanno fatto la guerra, lasciano tutto al loro paesello, tranne il cappello alpino”. Intanto la pattuglia acrobatica nazionale fa tre passaggi e frantuma per un momento il grigiore delle nuvole con la scia tricolore.
La sezione ANA di Biella non delude. Millequattrocento penne nere, settantun gruppi, tre fanfare; e poi il presidente della Provincia Simonetti con il vice Scanzio, alpino, il Comune di Biella rappresentato dal consigliere Gosso, pure alpino, sindaci o consiglieri di trentaquattro comuni del Biellese in fascia tricolore. Si sfila per nove. Dietro il cartello della Sezione portato dall’alpino Zanone, il Vessillo sezionale, sorretto dall’alpino Moioli, con il presidente Edoardo Gaja, i tre vicepresidenti Crotti, Moi e Fulcheri ed il Consiglio direttivo sezionale al completo, i sindaci e le autorità, la Fanfara alpina Valle Elvo. Poi il primo striscione: “Tücc’Ün”, presentato dagli alpini del gruppo di Cavaglià, i gagliardetti e finalmente il primo assalto in massa degli alpini. Subito incalza la Fanfara alpina di Pralungo e il secondo striscione: “Alpini: il più bell’esempio per i giovani”, sostenuto dagli alpini di Candelo e poi ancora la Fanfara alpina di Cossano e il terzo striscione: “Alpini in armi ed in congedo garanzia per il futuro”, affidato agli alpini di Tollegno, che precedono l’ultimo settore delle penne nere biellesi. Dal palco d’onore, accanto alle autorità militari, il presidente nazionale Perona, quando passa Biella, saluta, sorride e sembra rivolgersi al ministro della Difesa La Russa, tutto preso a sventolare un tricolore, e al sottosegretario Giovanardi, per dire: “Visto da dove vengo?”. Gli ultimi metri del percorso lasciano un po’ l’amaro in bocca all’osservatore attento. Si passa accanto ad un grosso fabbricato, la ex caserma di fanteria Montelungo. Zona militare e divieto di accesso, al cancello; fatiscente e vetri rotti, ad ogni piano. Chiedendo in giro, parlano del degrado totale al suo interno. La sfilata è finita, non senza che prima il presidente Gaja, come ogni anno, sulla zona di scioglimento, abbia atteso e ringraziato i suoi alpini.
Terzo movimento: vivace ma non troppo. Chi non abbandona subito la città e ancora non la conosce ora si mette a fare il turista e si mescola nuovamente con la gente del posto. C’è l’impressione di avere scombussolato la vita dei bergamaschi ma, alla domanda: “Vi abbiamo dato parecchio fastidio?”, una gentile signora risponde raggiante: “Fastidio? Era ora che lo schivo bergamasco di città si svegliasse un po’! Sono due sere che non dormo ma è stato un vero piacere”. La penna è stanca, anzi le gambe e le spalle lo sono, però si decide di lasciare “Berghém de sóta” per visitare “Berghém de sura” e andare all’assalto della funicolare (oggi gratuita; immaginatevi la ressa!). Si scopre un gioiello d’arte e di storia e forse anche si scopre che il patrono, Sant’Alessandro, fu il 1° centurione della Legione Tebea, decimata perché cristiana e comandata da Maurizio, il patrono degli alpini. C’è chi ha voluto rivedere in Duomo l’urna di don Gnocchi, trasferita da Milano per l’occasione. Qualcuno, prima del rientro, fa tappa sul lago d’Iseo, a Sotto il Monte, al santuario di Caravaggio.
Quarto movimento: presto assai. Senza ombra di dubbio rappresenta in musica la galoppata che ha portato tutti a concludere la giornata con le gambe sotto un tavolo. Chi ha avuto anche la fortuna di un adeguato accompagnamento musicale ha cantato “mangiando a squarciagola” e ringraziato la sorte di esserci ancora ed in armonia. Si può chiedere di più in simili circostanze?

Bergamo, chiudendo la sfilata nella sua qualità di sezione ospitante, ha avuto il compito e l’onore di passare la staffetta al sindaco di Torino Chiamparino, alpino, per l’adunata del 2011. Torino, dopo il 1928, il ‘40, il ‘61, il ‘77 e l’’88, darà il suo 6° benvenuto ad alpini, amici, non alpini, non amici, estranei, curiosi, dilettanti e professionisti, storici e scarsi conoscitori della storia, scettici. Il 150° anniversario dell’Unità d’Italia non poteva essere impostato meglio di quanto è avvenuto nella Bergamo imbandierata, italiana e solidale. La volontà di questi giorni di superare le grandi difficoltà finanziarie e contrastarne la speculazione è stata una forte dichiarazione di fiducia nel futuro dell’Europa unita. Da Torino venga un grandissimo messaggio che dia un sereno futuro all’Italia.

Ermanno Germanetti
 

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