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28/09/2020

La responsabilità morale del comandante


L'etica militare come stile di vita



Comandante: participio presente del verbo comandare, parola generalmente accompagnata dalla denominazione dell’Ente/Distaccamento/Reparto effettivamente comandato. E fino qui ci siamo!

Il discorso cambia quando, alla mera etimologia della parola, occorre affiancare quella che è la vera funzione di un Comandante, ossia, come sosteneva un grande Dottore della Chiesa:

“Nella casa del giusto, anche coloro che esercitano un comando non fanno in realtà altro che prestare un servizio a coloro ai quali sembrano comandare; essi di fatto non comandano per cupidigia di dominio, ma per dovere di far del bene agli uomini, non per orgoglio di primeggiare ma per onore di provvedere. Da qui nasce l’ordinata concordia tra coloro che comandano e coloro che ubbidiscono, tra coloro che vivono insieme” (Sant’Agostino, DE CIVITATE DEI, 19,14).

E questa è, secondo la mia esperienza, la vera missione di un Comandante: mettersi a completa disposizione del proprio personale dando un continuo e giornaliero esempio di operosità e rispetto per le Istituzioni in una cornice di passione per il proprio lavoro, sicurezza per l’incolumità fisica, senso di giustizia ed empatico ascolto.

La domanda che più spesso mi sono posto in questi anni è: “Ma io, per i miei uomini, sono stato e/o sono un buon Comandante?”.

Come il lettore immaginerà, trattasi di domanda che configura un oceano di risposte determinate da una serie infinita di fattori non sempre riconducibili al mestiere delle armi; elementi quali età anagrafica, provenienza geografica, pregresse esperienze lavorative, preparazione culturale e, non ultime, affinità caratteriali, hanno uno specifico peso nel rapporto di connessione che si crea tra un Comandante e gli uomini e le donne poste alle dirette dipendenze.

Nel campo del lavoro civile sono infiniti gli studi professionali che trattano il rapporto tra un leader e i suoi seguaci. Tali studi, tuttavia, pur di elevato spessore tecnico, di fatto non sono sempre applicabili nel campo del rapporto di dipendenza gerarchico esistente nella Forza Armata, a causa della particolarissima tipologia di obiettivo che un Comandante deve conseguire nel corso del suo mandato: assolvere i compiti demandati al reparto posto ai suoi ordini preservando, nel contempo, la salute e l’incolumità dei propri uomini all’interno di scenari operativi e addestrativi contraddistinti dall’utilizzo di mezzi e materiali potenzialmente pericolosi per la vita umana.

Qui si trova la differenza fondamentale tra il mondo del lavoro e le Forze Armate, ossia la necessità di raggiungere lo scopo attraverso il proprio operato, nel primo caso, e, nel secondo, la consapevolezza dei rischi da affrontare, rischi che possono essere mitigati solo grazie ad un efficace e puntiglioso addestramento e dall’intima consapevolezza delle proprie capacità professionali.

Proprio in questa duale esigenza si colloca in maniera più marcata la figura del Comandante, assiduo sostenitore dell’importanza di un addestramento attagliato alle esigenze funzionali di Forza Armata, nonché primo attore di un’opera di azione morale volta al raggiungimento di una partecipazione entusiastica, e non di facciata, del personale alla vita di reparto quale elemento catalizzatore della volontà comune.

Tale aspetto assume una fisionomia ancora più netta nell’ambito delle Truppe Alpine, da sempre legate all’orgoglio di appartenenza del singolo militare al Corpo e al reggimento, anche alla luce dell’impegnativo addestramento in montagna, svolto con cadenza serrata e vera scuola di vita per le giovani generazioni.

A breve lascerò il comando del 9° Reggimento Alpini, momento apicale di un lungo percorso che, da giovane Tenente della “bianca Cadore”, mi ha portato alla guida di una Unità prestigiosa, composta da donne e uomini straordinari e di altissimo profilo professionale.

 Quando consegnerò la Bandiera di Guerra del “Nono” al mio successore, so già che sarò colpito da un profondo struggimento, da un senso di vuoto, dalla consapevolezza che, da quel momento in poi, la mia vita non sarà più quella di un Comandante, ma quella di un Ufficiale degli Alpini.

Chissà per quanto tempo questo struggimento mi seguirà. Poi, magari fra qualche mese, un volto giovane incrocerà la mia strada e, con il sorriso dei vent’anni, mi dirà: “Comandante, si ricorda di me?” e allora, improvvisamente, anche solo per un secondo, il mio cuore si riempirà di infinito orgoglio alpino!

Col. Paolo Sandri
Comandante
9° Reggimento alpini (l'Aquila)
Brigata Alpina Taurinense

 



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