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28/09/2020

Educare con lo sport


Lo sport è uno dei più grandi patrimoni dell’umanità



Lo sport è uno dei più grandi patrimoni dell’umanità. Riproduce su un piano simbolico la realtà della vita, che è fatica, è lotta, sofferenza, disperazione, rabbia, soddisfazione e felicità. Quando si pratica uno sport, sia a livello agonistico che amatoriale, ogni partita è una sfida; si perde o si vince ma la grandezza dello sport sta nel fatto che ogni sconfitta non è  mai definitiva; si può trovare sempre la forza per un’altra sfida, per un’altra occasione.

La capacità di competere, di vincere o perdere, di elaborare la sconfitta per poi tornare confrontarsi, è anche il fondamento della nostra vita. Ogni giorno. Metodo, preparazione, studio, tenacia, ricerca dell’eccellenza, allenamento, rivisitare continuamente lo stile di gioco al fine di rivederlo, ripensarlo, aggiornarlo e perfezionarlo.

Così nello sport, ma anche nella vita quotidiana e nel lavoro; con un unico obiettivo: arrivare a “giocare la partita”, il maggior numero di partite possibili per avere più occasioni. Alcune si perdono e ci si sente morire, altre si vincono e ci si sente immortali. Questo è il gioco, questa è la vita.

Milioni di ragazzi italiani sono cresciuti e sono diventati adulti e bravi cittadini praticando lo sport. Alcuni di loro sono diventati dei grandi campioni. Tutto lo sport,  e in particolare il calcio, ha svolto in Italia una vera opera educativa che ha affiancato per diverse generazioni la famiglia, la scuola, la parrocchia, nella costruzione della “comunità delle persone”. Educare con lo sport non è né facile né scontato. Richiede pazienza e sacrificio; necessita una fatica quotidiana. Costa fatica proporre uno sport di qualità, che sia realmente un fattore che contribuisca a costruire nei giovani di oggi il capitale umano di domani.

L’attività sportiva è un processo educativo se produce relazioni significative, se rigenera legami sociali, se attiva strategie per il miglioramento della persona, se favorisce l’integrazione tra benessere fisico, interiore e sociale, se aiuta l’atleta nella formazione della propria personalità e della propria cultura. Lo sport, ancora oggi, possiede una forza attrattiva e propulsiva di tale energia da poter incidere sulle sensibilità e sulle emozioni di milioni di persone di tutte le età.

D’altra parte va osservato come il modello di sport che domina la scena attuale si conformi organicamente al modello di società in cui viviamo, fondato com’è sul consumo, sull’apparenza e sul successo, con la pervasiva complicità dell’apparato mediatico. Non per nulla si dice che lo sport diventa sempre più immagine speculare di una società competitiva, agnostica, amorale, fine a se stessa, priva di fini ultimi.

Di qui nasce e si sviluppa uno sport profondamente segnato dall’ambivalenza pratica, generatrice di “condizioni sportive” contraddittorie e a forte rischio etico. Purtroppo le ragioni della crisi sono soprattutto di natura etica e antropologica. La ricerca a tutti costi del successo conduce inevitabilmente a comportamenti sleali, tentativi di corruzione, inganni, la volontà di prevalere ad ogni costo sull’altro giocatore fino a ricorrere al doping e agli anabolizzanti per riuscire a superare i propri limiti.

Non mancano sociologi che affermano  che la fama, la ricchezza e il potere, imposti come nuovi “valori” dello sport professionistico, arriveranno, a motivo della loro incidenza sociale, a condizionare la vita dei ragazzi del nostro Paese.

Una tale emergenza impone a tutti (dirigenti, atleti, allenatori, tifosi, sponsor, medici, farmacisti, giornalisti, educatori, amministratori) un serio esame di coscienza per elaborare un codice etico e morale. Gran parte dei valori sono stati sacrificati in nome e per conto del guadagno, di tornaconti personali e della vittoria a tutti i costi. Non è più l’uomo a servirsi dello sport, bensì il contrario: è lo sport che si serve dell’uomo, riducendolo a semplice cliente.

Nessuna vera opera educativa è oggi possibile se non affronta e non risolve il problema sollevato dal dovere di ancorare la nostra azione educativa a valori esigenti. Per rendere possibile l’educazione bisogna superare il relativismo etico.

La nostra sfida è proporre una radicale alternativa alla mediocrità della vita, al vuoto, all’analfabetismo dei valori, al “nulla” attraverso un’attività sportiva di qualità, capace di generare una vera esperienza di vita. La cultura materialistico-individualista tende a svuotare l’anima delle persone, illudendole con la promessa della felicità legata al consumismo delle cose e privandole di una speranza di eternità.

Si è smarrito il senso della fatica, dell’allenamento, della conquista, della pazienza, della solidarietà, dell’umiltà e dell’obbedienza.

Noi tutti corriamo il rischio del “nulla” che inaridisce fino al midollo, perché il “nulla” non si sceglie, non scende a patti. Al nulla semplicemente ci si abbandona. Il nostro stare insieme nello sport, con i giovani,  deve avere questo scopo: aiutare a costruire la comunità delle persone; creare quei presupposti affinché nessun ragazzo soccomba al “nulla”.

Davanti alle sfide e alle difficoltà che minacciano la vita, noi, come buoni atleti, non possiamo e non dobbiamo arrenderci. Non possiamo lasciarci vincere dal male ma, come San Paolo, dovremmo vincere il male con il bene.

Gen. Brigata Dante Zampa
(già Comandante del Centro Sportivo Olimpico dell’Esercito)



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