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16/12/2020

Arte del comando


Tra non molto si chiuderà il mio quinto decennio in uniforme al servizio del Paese. Da quel lontano giorno del 1972 quando varcai la soglia dell’Accademia Militare sono cambiate tante, forse troppe cose



Tra non molto si chiuderà il mio quinto decennio in uniforme al servizio del Paese. Da quel lontano giorno del 1972 quando varcai la soglia dell’Accademia Militare sono cambiate tante, forse troppe cose. È cambiata la società e il contesto internazionale, sono cambiate le sfide e le minacce che eravamo e siamo chiamati a fronteggiare. È cambiato il modello organizzativo delle Forze Armate, si è evoluto il nostro Esercito e con esso le nostre unità. Cambiamenti tanto rapidi quanto radicali che hanno richiesto fedeltà valoriale e reattività organizzativa.
Due elementi, invece, non sono cambiati, e credo che non cambieranno: la violenza intrinseca ai rischi che siamo chiamati a fronteggiare e la centralità dell’azione di comando nella gestione delle crisi. Del primo se ne parla spesso, del secondo - ritengo - non se ne parli mai abbastanza.
Quando mi fermo a riflettere su questi concetti, la mia mente non può non tornare agli anni vissuti nelle Truppe Alpine, gli anni che più degli altri mi hanno formato come Uomo e come Comandante. Gli anni dove ho capito che l’ufficiale non è solo colui che ha la capacità di coordinare e organizzare il lavoro altrui per il raggiungimento di un obiettivo concreto; in tal caso avremmo solo un ottimo manager. L’Ufficiale, il Comandante è colui che ha l’integrità, la forza morale e l’autorevolezza di mettersi alla testa di persone guidandole verso l’assolvimento del Dovere. È in questo concetto che ritrovo i principali elementi dell’Arte del Comando e da quest’ultimo, l’Esempio, voglio partire.
I soldati di Napoleone non si sarebbero mai battuti così tenacemente per lui se egli non avesse condiviso il Loreto stesso destino sul campo di battaglia. Il Comandante, infatti, non può non essere che alla testa dei propri uomini, sia in addestramento che in combattimento; non può solo indicare la cosa giusta da fare, deve fare, lui per primo, la cosa giusta. Solo così i suoi uomini lo seguiranno, costi quel costi. Questo l’ho imparato quando da giovane capitano mi mettevo alla testa dei miei alpini in marcia nella neve e solo in una circostanza mi concedevo di non essere dinanzi a loro: a mensa. In ogni momento, il primo pensiero di un comandante deve essere sempre la cura dei propri uomini, anteporre il dovere e il personale ai propri interessi.

L’esempio non è un elemento solitario nell’esercizio del comando. L’Esempio trova la sua forza morale nell’ Integrità, ossia nell’agire non per convenienza o per mancanza di alternative ma sulla base dell’intima convinzione di fare la cosa giusta. Ovviamente non è sempre facile, specie in situazioni in cui si rischia la vita di uomini e donne, oltre alla propria, e si è chiamati a decidere in solitudine. Molti anni fa, quando da tenente colonnello mi apprestavo a partire con il battaglione Susa per il Mozambico un generale mi disse “un comandante può fare bene o male ma non può non fare”. Ecco, è in queste situazioni che entra in gioco un’altra qualità fondamentale del Comando: il Coraggio. È coraggioso colui che vince la paura e si assume il rischio per assolvere la missione, anche a costo della vita, se necessario. Una qualità che non è propria dei super uomini, anzi. Negli anni ho letto la forza e il coraggio negli occhi dei miei soldati e dei miei comandanti, negli occhi dei nostri militari negli angoli più remoti del pianeta. Persone assolutamente normali ma capaci di affrontare il sacrificio supremo per assolvere il proprio Dovere. Uomini e Donne che non hanno mai inteso il Coraggio come spericolatezza o spavalderia ma come estremo senso di altruismo verso i commilitoni e verso la Patria.
Ma un comandante, sebbene in possesso di tutte queste qualità, non avrebbe motivo di essere senza il proprio personale. Ai suoi soldati il comandante deve rivolgere ogni sforzo, ogni pensiero.
Esempio, Integrita’, coraggio, forza morale e determinazione sono caratteristiche inalienabili dell’Arte del Comando e, al tempo stesso, sono elementi senza i quali l’esercizio del Comando resterebbe la mera applicazione di una serie di imperativi giuridici, l’esercizio dell'autorità conferita dalla legge. Chiunque abbia mai vestito l’uniforme, per pochi mesi o per tutta la vita, ha ben chiaro che il rispetto è si dovuto all'autorità, ma è tanto più sentito quanto più autorevole saprà essere il Comandante. L’Autorevolezza, concetto di per sé carico di gravitas, è il riconoscimento spontaneo che nasce da empatia e capacità del capo di essere leader; per il riconoscimento che egli riceve dai “suoi uomini”, per il valore che questi gli riconoscono e per il potere che gli “concedono” in quanto si sentono da lui assicurati, protetti, difesi, tutelati, fiduciosi del suo operato in favore di tutti e non solo fine a se stesso. In fondo tutto è cambiato ma forse tutto è rimasto immutato; alla fine sono ancora i legionari romani che proclamano il proprio Comandante.
L’Arte del Comando è un’alchimia che nessun professore potrà insegnare, è una miscela magica fatta di errori, sacrifici, sincerità, dedizione, coraggio e abnegazione che viene tramandata di generazione in generazione, da Comandante a Comandante attraverso quella che è la sua essenza primaria: l’Esempio.



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