In breve

16/12/2020

Gianpiero Comotto è nato a Cossato il 27 aprile 1938.


16/12/2020

Penne nere in lutto per la scomparsa di Sergio Bonessio.


16/12/2020

2 agosto 2020


16/12/2020

Il Gruppo di Casapinta ha festeggiato San Maurizio


Pagina 1 di 16  >  >>


Add some images first for Slideshow:8
16/12/2020

SU PEI MONTI


Sembra che i miti non debbano morire mai: li avvolge un alone di immortalità, una barriera potente che sembra fargli da scudo contro ogni avversità.



Sembra che i miti non debbano morire mai: li avvolge un alone di immortalità, una barriera potente che sembra fargli da scudo contro ogni avversità. Eppure anche loro se ne vanno, rendendo più naturali le gesta che hanno compiuto e ricordando anche a noi la nostra fragile condizione umana. Così è successo anche a Walter Bonatti, un arzillo vecchietto che, nonostante i suoi 81 anni, continuava a girare il mondo per parlare di montagna e promuovere i suoi libri. Se ne è andato il 13 settembre 2011 lasciando un grande vuoto in tutti coloro che sono cresciuti all’ombra o nel ricordo delle sue gesta. Esploratore, scrittore, giornalista, fotoreporter ma… soprattutto alpinista.
Anche lui, come molti altri scalatori del suo tempo, arrivò alla montagna passando dalla ginnastica: un’attività sportiva che permette di raggiungere performance veramente notevoli. Da subito la sua attività fu un susseguirsi di imprese dalle difficoltà estreme, cercando soluzioni ai problemi alpinistici dell’epoca e spostando sempre più avanti i limiti dell’umanamente possibile. Ho letto i suoi libri, quasi tutti, almeno tre volte e con gli occhi della mente, che la sua penna sapeva aprire a chiunque, ho vissuto con lui tutte le sue avventure. Amo gli scrittori che rendono reali e vive le pagine che scrivono, che ti portano con se per farti vivere le loro stesse esperienze e per farti provare i loro sentimenti. Così era Bonatti! Chi di noi non si è sentito con lui sulla nord del Cervino in quelle gelide notti o sullo Sperone Walker delle Grande Jorasses o chi non ha sentito il freddo della notte nel bivacco del K2?
Per provare a capire, almeno un po’, il Bonatti arrampicatore ho ripercorso due dei suoi innumerevoli itinerari: sul Medale e sul Resegone. E’ impressionante l’arditezza delle sue vie: non cercava sconti, forzava i passaggi con quella caparbietà e quella eleganza che gli erano naturali e con quella onestà che gli faceva rifuggire qualsiasi artificio. Ma quanto ha dato alla storia dell’alpinismo quell’uomo di montagna che tanto aveva battuto i piedi, alla sua chiamata alle armi, da far cambiare la sua destinazione dalla scuola di motorizzazione della Cecchignola al 6° Alpini? Tante sono le sue imprese e tante quelle dagli epiloghi tristi e cruenti. Voglio ricordare tre momenti della sua vita verticale. Tre momenti molto diversi tra loro ma con un unico filo conduttore: la forza e la nobiltà incredibile di un alpinista di altri tempi.
Era il 1954 quando la spedizione italiana, guidata da Ardito Desio, e di cui faceva parte anche il biellese Ugo Angelino, conquistò il K2. Sulla cima arrivarono solo Compagnoni e Lacedelli, grazie a Bonatti che trasportò le bombole al campo 9 e permise loro di arrivare sulla vetta. Tanta fu la riconoscenza che lo accusarono di aver usato lui l’ossigeno, mettendo a rischio l’esito della spedizione. Ma, si sa, l’uomo, con la sua cattiveria, è così anche in montagna. E Bonatti rischiò la morte perché il campo era stato piazzato, volutamente, in un luogo diverso da quello pattuito. Una notte all’addiaccio a 8400 metri, un incubo mortale che solo la sua forza ha saputo superare. L’indomani è la conquista mentre, per lui, il CAI impiegherà 50 anni a riconoscere una verità per molti più che evidente.
Era, invece, il 1961 quando sul Monte Bianco, Pilone Centrale del Freney, il maltempo gli impedì la conquista di questa nuova via portando, dopo un’odissea durata quasi una settimana, alla morte di quattro compagni di cordata: si salvarono solo lui, Gallieni e il francese Pierre Mazeaud, grazie alla sua caparbietà e tenacia.
La nord del Cervino, scalata in solitaria invernale con l’apertura di un nuovo itinerario, concluse invece, nel 1965, la sua attività di alpinismo estremo all’età di 35 anni. Da allora, grazie al settimanale Epoca, iniziò a girare il mondo come esploratore e giornalista. Memorabili i suoi racconti e le sue immagini da ogni parte del pianeta. Dal verticale all’orizzontale alla ricerca di un modo di vivere a misura d’uomo.
Che dire ancora di Bonatti? Ha sfidato l’impossibile, è andato dove nessuno avrebbe osato ed ora, dopo la sua ultima “scalata”, che oramai risale a quasi 10 anni fa, è entrato definitivamente nella leggenda dell’alpinismo.
Roberto Sellone



Add some images first for Slideshow:9